Cinghiali, Campitelli contesta i dati sulla selezione: «Troppi vincoli impediscono alla braccata di essere fortemente incisiva»

Il presidente regionale della Libera Caccia entra nel dibattito in merito alla efficacia delle tecniche di prelievo in relazione al controllo delle popolazioni di ungulati

VASTO – «Sicuramente non è mia intenzione creare polemiche inutili e sterili sulla questione relativa alla caccia al cinghiale nelle sue varie forme, ma di fronte a certe affermazioni, che a mio avviso alimentano solo attriti e discussioni tra i cacciatori stessi, non posso esimermi dal chiarire le nostre posizioni associative».

Antonio Campitelli, presidente regionale della Libera Caccia Abruzzo, interviene pubblicamente nel dibattito innescato dai dati diffusi dall’Atc Chietino-Lancianese in merito alla maggiore efficacia della selezione e del controllo, rispetto alla caccia collettiva, relativamente al contenimento delle popolazioni di cinghiale.

In una nota girata alla nostra redazione dal presidente Campitelli si legge:

«I numeri, se decontestualizzati, a volte possono essere fuorvianti e non rappresentare uno scenario complesso ed articolato come quello della caccia al cinghiale. Ed è quello che si evince dalle dichiarazioni del dottor Giuliani, tecnico faunistico dell’ATC Chietino Lancianese. Difatti, dalla rappresentazione dei numeri relativi agli abbattimenti resi noti dallo stesso, si tende ad affermare che la caccia di selezione e il controllo siano più “efficienti” della caccia in braccata termine tra l’altro abusato, perché la tipologia di caccia collettiva che si effettua dalle nostre parti, non corrisponde sicuramente al modo in cui di consuetudine si intende questa tipologia di caccia collettiva. Se l’efficienza sia da rilevare nel numero degli animali abbattuti, non è specificato, ma da quanto emerge sembrerebbe s’intenda proprio ciò. Tuttavia, secondo me, sarebbe da fare un’analisi più approfondita delle tante differenze tra le varie forme di prelievo. Oltre al periodo temporale molto ristretto per la caccia in braccata, che può essere effettuata solo per tre mesi l’anno e per sole tre giornate settimanali, quantificando in un totale di massimo 35/36 giornate potenzialmente fruibili, ci sono anche tante limitazioni e tanti divieti che non vengono riscontrati nelle altre modalità di prelievo. Non si può praticare la caccia in braccata con il territorio anche solo parzialmente innevato, non la si può praticare prima delle ore 9 del mattino, non si può praticare in tutti SIC in cui è stata riscontrata la presenza o il passaggio dell’orso, deve essere interrotta alle ore 14 nei comuni in cui sono state rilevate aree dormitorio del Nibbio Reale, e altri impedimenti pratici che non permettono a questa forma di prelievo di essere fortemente incisiva come potrebbe. Di contro, la caccia di selezione si svolge potenzialmente per nove mesi l’anno e per cinque giornate settimanali fruibili, anche con il terreno innevato, ma il prelievo deve essere effettuato sulla base di un piano di prelievo e quindi per assegnazione di capi suddivisi per sesso ed età. La forma di prelievo in attività di controllo invece, oltre a non avere limiti temporali e di orari, può essere effettuata anche negli istituti faunistici preclusi alla normale attività venatoria e senza fare distinzione tra classi d’età e sesso degli animali che si abbattono. Le enormi differenze all’atto pratico tra le varie forme di prelievo, evidenziano come la tecnica della braccata potrebbe essere potenzialmente molto più incisiva delle altre, se non fosse così osteggiata e limitata, da orpelli burocratici e divieti talvolta privi di senso. Nonostante questo, nell’ATC Chietino Lancianese gli abbattimenti in caccia di selezione e controllo, superano solo di qualche unità quelli della braccata. E da un’analisi complessiva dei dati sugli abbattimenti, su tutti gli ATC regionali, emerge che la tendenza su scala regionale sia esattamente opposta, evidenziando come, pressoché dappertutto, il prelievo in braccata sia quantitativamente molto più efficace delle altre forme. Questo per dare una visione più ampia ed oggettiva dei singoli numeri, che non rendono giustizia ad una realtà territoriale più vasta, più complessa e con tante diverse sfaccettature. In ogni caso, credo che si debba innanzitutto tutelare la coesistenza delle varie metodologie se si vuol far fronte ad un problema che causa ingenti danni alla collettività, senza esacerbare i toni e cercando di superare le differenze di vedute, ma soprattutto senza svilire o demonizzare quella che a tutti gli effetti sembra essere la più popolare e condivisa forma di caccia. Siamo già perennemente sotto attacco come categoria, e gli attriti che si generano al nostro interno, sicuramente non giovano a nessuno, se non ai nostri detrattori».

 

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