• Editoriale
  • Meglio chiudere la Regione Molise che gli ospedali

    Le lacrime che molti versano sull’ospedale perduto, mancano spesso di quella intelligente motivazione che muove la compassione delle persone per bene.

    Sì, perché la perdita degli ospedali – e della struttura economica dei paesi interni in genere – è l’inesorabile e ben prevedibile effetto di una crisi generale dell’impostazione politica della nostra sciagurata Repubblica, i cui principi organizzativi non sono stati adeguati ai tempi presenti.

    La stessa sistemazione geo-politica fondata dalla Costituzione, e poi le molte ulteriori variazioni aggiunte, sono sempre servite esclusivamente a moltiplicare i posti per i politici (più spesso politicanti) e per le loro improduttive clientele.

    Il peccato originale della Costituzione, in specie, è il regionalismo. Quando si decise di spezzettare le rappresentanze del Potere in venti regioncelle ridicole, si decise di decuplicare le spese. E’ palese, infatti, che i soli prefetti non solo costavano tanto di meno ai cittadini, ma addirittura la loro opera era più rapida ed efficiente, perché i Comuni ricevevano spesso direttamente da loro ciò che chiedevano al Governo di Roma, e non si perdevano anni in risse tra potentati locali che quasi sempre hanno origine – non in diverse visioni del bene pubblico – ma in miserabili egoismi di fazioni o di persone.

    Tanti si pronunciarono contro le regioni (i comunisti in specie), per la conservazione di quel centralismo giacobino che aveva guidato l’Italia post-unitaria ed era stato persino rafforzato dal governo fascista (che, anche grazie a questo, nel ’26 riuscì ad ottenere il pareggio del bilancio, malgrado la situazione disastrosa del debito pubblico, originatosi dalla Prima Guerra Mondiale).

    L’ultimo a sudare per impedire che venissero alla fine realizzati i previsti consigli regionali, nel ’70, fu il liberale Malagodi, che più volte gridò in Parlamento: “Non lo fate! Sarà la fine del sogno economico italiano”.

    Che le Regioni si siano trasformate in macchine trita-soldi-pubblici è palese a tanti politologi, la cui opinione, tanto spesso, si mette a tacere per paura di disturbare certe cricche radicate sul territorio.

    La Regione Molise, in specie, rappresenta l’esempio più palese di territorio politico-amministrativo incapace di reggersi da sé e destinato ad esser mantenuto in perdita dal Governo, per l’eternità: il che era pure bello da credere nel 1963, quando c’era ancora il boom economico; ma è diventato disastrosamente impossibile oggi che la “crascia” è finita.

    E’ evidente che se fossimo rimasti legati all’Abruzzo (che anche per la sanità sta molto meglio di noi, tanto che sta rilanciando certi ospedali periferici tipo Castel di Sangro) avremmo pagato un solo consiglio regionale. Adesso ne manteniamo due … non solo stipendi e vitalizi lauti (che sarebbero il meno), ma opere pubbliche inutili, commissioni superflue che costano milioni all’anno, carrozzoni formati apposta per ingraziarsi dei personaggi porta-voti, spese di “rappresentanza” che gravano davvero “sul sangue dei poveri”. In compenso non abbiamo più denari per mantenere qualche letto d’ospedale.

    Basta leggere i saggi storici di Luigi Picardi – l’unico studioso molisano di Storia che possa figurare ad un livello nazionale ed oltre – per trovarvi la minuziosa descrizione di come, negli anni, quella presuntuosa secessione del ’63 si sia rivelata deleteria: tutti gli uffici amministrativi (e quindi destinati a consumare economie, non a produrle) che avevamo avuto in “dono” grazie alla costituzione della Regione Molise, sono già tutti tornati a Pescara. Ci resta un inutile Consiglio Regionale a Campobasso, che ci costa un occhio, e che non si sa più che cosa debba amministrare se non se stesso, e i cui componenti sono talmente tenaci nel volerlo mantenere, che danno davvero l’impressione di una banda di folli decisi ad affondare con tutta la nave piuttosto che cedere il timone a chi potrebbe salvarla con tutti i passeggeri (noi Molisani).

    Un interessante testo di Carlo Cottarelli (economista molto stimato dal Presidente Sergio Mattarella) afferma che il cittadino molisano paga per il mantenimento dell’ ente regionale cifre annue pari a ben 7 volte ciò che paga il cittadino lombardo, con l’aggiunta beffarda che i lombardi hanno servizi di prima qualità, mentre i nostri fanno pietà e repellenza. E lo svuotamento demografico appare esponenziale! Il Molise ha perso 300 unità nel 2015 e 1900 nel 2018. I due poli di attrazione degli scorsi decenni (il Termolese e il Venafrano) non solo non sopperiscono più alla ricerca di produttività e lavoro, ma sono a loro volta erosi dall’emigrazione economica.

    Ora certi politicanti da strapazzo che gridano alla “fine dell’autonomia” perché il nuovo piano sanitario sposta i nostri malati presso ospedali di altre regioni, mostrano ancora una volta di essere politicamente analfabeti e mentalmente strabici da far paura: quel che oggi accade non è la causa della perdita della cosiddetta autonomia: è piuttosto l’effetto di un’autonomia mai veramente reale, visto che il Molise è sempre dipeso da altre “agenzie politiche” per la propria sopravvivenza; è sempre stato una regione “per finta”, non ha mai avuto i numeri per reggersi da solo.

    Tutto ciò assodato, è perfettamente inutile la protesta senza una proposta alternativa, e questa proposta – secca e durissima – è contenuta nelle sagge parole di uno stimato docente del liceo di Agnone (il cui nome non posso citare, non avendo il suo permesso): “Esiste una soluzione per mantenere gli ospedali: si chiudessero ‘loro’!” Si chiuda l’inutile Consiglio Regionale del Molise e si avranno tanti milioni risparmiati da destinare a più utili servizi.

    La soluzione sta nel chiedere al Governo di Roma di organizzare le macroregioni! Si parla a vanvera di autonomie regionali – specie da politici settentrionali – ma non si può fare nessuna autonomia con i 300mila poveracci che siamo! La Francia ha dimezzato le sue regioni due anni fa, passando da 22 a 12. Perché noi dovremmo essere così presuntuosi da andare avanti senza riforme? Solo perché nelle nostre contrade, quasi ogni consigliere di un qualunque Comune di 800 abitanti, sogna di passare a consigliere regionale con la facilità con cui a Milano e Roma si diventa consiglieri di circoscrizione?

    Il guaio è che quando questo allarme lo lanciava Enzo Delli Quadri insieme ad altri, tra cui il sottoscritto, quasi 30 anni fa – rilanciandolo nel 2010 con la fondazione del movimento Majella Madre – Agnone in specie ci ha snobbati, prendendoci quasi per poveri visionari.

    L’iniziativa per la macroregioni, adesso, è stata ripresa dall’ingegnere isernino Antonio Bucci, il quale cerca di organizzare un movimento politico macroregionista, che sia pure in grado di presentarsi alle elezioni.

    Comunque vada, lo ripeto: senza indicare una soluzione concreta, lagnarsi e protestare è solo chiacchiera morta di vento, è fragore di latta, che non muta nessuna reale condizione.

     

     

     

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