Ospedale “Caracciolo” spacciato: i sindaci e il principio della rana bollita di Chomsky

AGNONE – «Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone». Il brano, tratto dal libro “Media e Potere” di Noam Chomsky, ben sintetizza la situazione che si sta vivendo in relazione allo smantellamento dell’ospedale “Caracciolo” di Agnone. L’esperienza della rana mostra che quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta, negli anni, sfugge alla coscienza e non suscita, per la maggior parte del tempo, nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta. Un’aula sorda e grigia. Così è apparsa, nei giorni scorsi, la sala del palazzo municipale di Agnone che solitamente ospita le sedute dell’assise civica. Una assemblea di sindaci, convocata dal padrone di casa Lorenzo Marcovecchio, per decidere, ora che i buoi sono scappati, una strategia comune da seguire per tentare di chiudere la stalla, fuor di metafora per tentare di frenare lo smantellamento già in atto da decenni dell’ospedale di Agnone e la sua inevitabile trasformazione in ospedale di comunità. I primi cittadini si sono finalmente accorti che l’acqua è diventata bollente, per tornare a Chomsky, cioè che l’ospedale di frontiera che ha salvato centinaia di vite a cavallo tra Abruzzo e Molise non esiste più e sarà progressivamente smantellato, snaturato e trasformato in una sorta di poliambulatorio. E così una manciata di sindaci, pochissimi per la verità, si è riunita nei giorni scorsi in Comune, inspiegabilmente a porte chiuse, per studiare il da farsi (ora che praticamente non c’è più nulla da fare, ndr). Tre le idee partorite dagli illuminati amministratori, ma pare subito accantonate: un referendum per far tornare l’Alto Molise con l’Abruzzo; una grande manifestazione popolare di protesta, magari sotto i palazzi del potere; le dimissioni in blocco di tutti i sindaci dell’Alto Molise e dell’Alto Vastese. Una manifestazione di massa, ammesso di riuscire a mobilitare la piazza su questo tema, lascerebbe il tempo che trova: risalto sulla stampa per qualche giorno, ma in concreto nessun risultato pratico. Il referendum per tornare in Abruzzo si potrebbe anche fare, ma è un’operazione burocratica complessa e costosa e tra l’altro passare in Abruzzo non significherebbe necessariamente trovarsi meglio che in Molise. L’unica cosa seria, da fare domattina, sarebbe quella di riconsegnare la fascia tricolore. Se tutti i sindaci dell’Alto Molise e Vastese rassegnassero le proprie dimissioni, ma seriamente e senza poi ritirarle nei tempi previsti, si aprirebbe davvero un problema per le inutili Prefetture di Chieti e Isernia. I prefetti, retaggio napoleonico, dovrebbero sopperire nominando dei commissari. E dopo le dimissioni e il commissariamento si dovrebbe continuare la protesta “istituzionale” non presentando liste alle successive elezioni amministrative. Questo sì creerebbe un eclatante ed inedito caso nazionale. Un vuoto istituzionale, di rappresentanza democratica, un intero territorio senza una guida politica, per mesi, per anni. Ma i sindaci non lo faranno, non hanno le palle. E infatti qualche gola profonda che ha preso parte alla riunione a porte chiuse ha già annunciato che le tre ipotesi sono state accantonate prima ancora di essere prese in considerazione. Che cosa faranno i sindaci? Niente, come sempre, è questa la loro specialità. Pare abbiano stilato un inutile documento da sottoscrivere e inviare alla Regione Molise per ribadire, ancora una volta, che l’Alto Molise e Alto Vastese sono zone disagiate, penalizzate e dunque necessitano di interventi tesi a riequilibrare lo svantaggio oggettivo in cui versano. Aria fritta. In Regione se ne laveranno le mani. L’altra geniale trovata dei sindaci sarebbe quella di attivare dei canali politici a Roma, in Parlamento o magari con qualche sottosegretario sensibile, per portare la questione “Caracciolo” all’attenzione del Governo centrale. Operazione già tentata e praticata più volte in passato, con governi di diverso colore politico, che ha prodotto come risultato il classico buco nell’acqua. Già, l’acqua, quell’acqua che sta cominciando a bollire e che ucciderà non solo i sindaci, ma anche tutto il territorio. Chomsky docet. 

Francesco Bottone

effebottone@gmail.com

tel: 3282757011

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