Contro tutto e tutti, la lotta dell’ospedale Caracciolo non si arresta: “Siamo ancora vivi”

Viaggio de l'Eco online all'interno della struttura che continua ad erogare servizi all'utenza del territorio. Di Nucci: "Siamo un'area disagiata, bisogna riconoscere e applicare lo status"

AGNONE. E pur si muove. E pur funziona. Nonostante le notizie trapelate negli ultimi giorni e la tangibile preoccupazione vissuta tra gli operatori per il futuro della struttura, all’ospedale ‘San Francesco Caracciolo’ continuano senza sosta le attività. Nonostante il clima di profonda incertezza si lavora per assicurare prestazioni ed esami all’utenza che arriva anche da fuori regione, in particolare dai centri del vicino Abruzzo. Sui tre piani dell’edificio in via Marconi è un via vai di anziani, donne e giovani a dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, che il presidio ospedaliero resta il baluardo nonché la risposta al diritto alla salute pubblica. Un invito che la signora Angela di Castiglione Messer Marino rivolge in maniera accorata ai governatori di Abruzzo e Molise, Marco Marsilio e Donato Toma e ai commissari alla sanità, Angelo Giustini e Ida Grossi. “Prima di commettere l’ennesimo ‘omicidio’ tra queste montagne continuamente vessate e umiliate da tagli e ridimensionamenti – ci racconta all’ingresso del Caracciolo – questi signori dovrebbero venire ad accertarsi di cosa si parla. Nell’arco degli anni questa struttura ha garantito e continua a farlo servizi essenziali che spesso salvano vite umane soprattutto nei lunghi periodi invernali. Ma cosa ne sanno a Pescara o Campobasso di come si arriva in un altro ospedale con due metri di neve? Cosa ne sanno di anziani soli che non hanno la possibilità  economica e materiale di andare a curarsi altrove? Cosa ne sanno questi politicanti e burocrati dell’ultima ora dei problemi che viviamo quotidianamente su strade da Terzo mondo? E’ ora di finirla con decisioni che guardano solo ed esclusivamente ai numeri. Noi esistiamo e abbiamo il diritto ad avere garantito cure e dignità al pari di chi risiede in altri centri”. Uno sfogo che non ammette repliche mentre la nostra visita all’interno della struttura prosegue. Nella sala attesa del laboratorio di Radiologia, tra il primo e il secondo piano, a due passi da una Madonnina, a cui molti si rivolgono, si registra il pienone malgrado non ci sia né una Tac, né una risonanza magnetica e spesso neppure il medico con i tecnici costretti a mandare le lastre ad Isernia. Continuiamo a salire e al secondo piano dove una volta c’era il reparto di Medicina la porta della nuovissima ala di Dialisi, inaugurata nel dicembre scorso dal governatore Toma e dal direttore amministrativo dell’Asrem Antonio Forciniti, è sbarrata. L’accesso è off limits perché otto pazienti stanno dializzando e non è consentito entrare. “Abbiamo circa venti pazienti, molti dei quali residenti in contrade e frazioni di paesi vicino che ruotano su due turni” ammette una infermiera che con cordialità ci riceve sull’uscio della porta d’ingresso. “Sono tutte persone ultrasessantenni alle quali se provate a chiedere di dializzare in altri posti vi rispondono: preferiamo morire”. Nota stonata la mancanza di reperibilità di personale nelle ore notturne. “La speranza è quella che non succeda mai nulla di grave” replica con un sorriso amaro la nostra interlocutrice. Salutiamo e proseguiamo la scalata al terzo piano dove nell’unico reparto esistente, quello di Medicina, incontriamo il primario Giovanni Di Nucci. Dopo oltre 40 anni di lavoro è  prossimo alla pensione che arriverà alla fine del mese di gennaio 2020  mentre è in attesa che l’Asrem gli comunichi quando potrà usufruire dei 60 giorni di ferie accumulate. Nel frattempo resta al posto di combattimento. “Come vedete sono qui e non scappo dalle mie responsabilità. Al tempo stesso mi auguro che chi di dovere possa risolvere il problema legato alla carenza dei medici. Oggi ne basterebbero almeno due in pianta stabile per salvare un reparto che funziona come sempre fatto”. Si tratta di un lungo corridoio con stanze munite di letti elettrici e televisori, quest’ultimi donati dai tassisti romani di origini molisane e abruzzesi. “Il Caracciolo va riconosciuto ospedale di area disagiata senza ma e senza se” ripete quasi ossessivamente. “Al tempo stesso abbiamo bisogno di una nuova Tac e di un Pronto soccorso che possa definirsi tale. E contestualmente bandire subito dei concorsi. Non credo che questo territorio stia chiedendo di andare sulla Luna o su Marte”. Al contempo Di Nucci ci indica le sale operatorie. “Eccole sono lì: belle, ultramoderne e funzionanti. La day surgery? E chi l’ha mai vista? In attesa di renderla operativa c’è un giovane medico come Felice Iavicoli che solo oggi ha in programma otto interventi chirurgici non complessi. Ma vi rendete conto? E’ mai possibile che l’unico pensiero di chi è chiamato a dare risposte sia quello di distruggere quello che funziona?” Il nostro giro finisce all’ultimo piano dove resta operativa la fisioterapia con personale altamente qualificato e dal lato opposto il dottor Franco Paoletti non si risparmia nell’accogliere e curare malati con patologie reumatologhe provenienti da ogni angolo del sud Italia. Da cima a fondo il tutto che ruota intorno ad un laboratorio Analisi efficientissimo. Insomma, a dispetto di voci e notizie nefaste, il “Caracciolo” rimane una garanzia. Fino a quando non è dato saperlo.

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